Vent’anni fa la minaccia erano il burocratese odiato da Italo
Calvino e l’anglitaliano che storpiava tutto. Ora l’allarme è più
sottile: scrittori che inseguono il parlato e un dialogo fatto di
consonanti, in formato telefonino.
Se permettete inizio questa inchiesta
sulla lingua italiana 2008 (come sta e dove va) dal mio nuovo
telefonino che, quando suona la sveglia, mi propone due alternative:
“Stop” o “Posponi”. La prima volta sono rimasto confuso o, come direbbe
il commissario Montalbano (mia massima autorità linguistica),
imparpagliato. “Posponi”? Poi ho capito che si trattava della seconda
persona singolare del presente indicativo di posporre (mettere dopo,
differire, posticipare): io pospongo, tu posponi, egli pospone... In
redazione, facendomi le raccomandazioni di rito prima di cominciare
l’inchiesta, mi avevano detto: «Stai attento ai telefonini, agli sms, è
lì che sta nascendo l’italiano del futuro, è lì che scoprirai qualcosa
di nuovo». E, invece, il “posponi” del mio telefonino mi ha riportato
al passato, a vent’anni fa esatti quando, facendo un’altra inchiesta
sulla lingua italiana, avevo scoperto che l’italiano correva due
pericoli. Il primo era il burocratese, la lingua con cui lo Stato (o
chi ne fa le veci) si rivolge ai cittadini. Il burocratese per me era
simboleggiato da un cartello che avevo letto alla stazione di Firenze:
“Questo sportello rimane impresenziato dalle 13 alle 15”. Ma non era
più semplice dire che lo sportello rimaneva chiuso? No, il burocratese
si spezza ma non si spiega. Aggiungo, anche se non c’entra nulla
(apparentemente), che lo sportello in questione era risultato
impresenziato anche a mezzogiorno e mezza. Il secondo pericolo per
l’italiano del 1988 era racchiuso nelle due parole dell’insegna di un
ottico milanese (“Occhial House”) e sintetizzava maccheronicamente il
difficile rapporto con l’inglese. Vuoi vedere che, tra “posponi” e
“Occhial House” (vent’anni dopo, l’insegna lampeggia ancora su viale
Abruzzi a Milano), i problemi dell’italiano sono rimasti gli stessi di
allora?
E IL BUROCRATESE NON MUORE
Ho
sottoposto (e non posposto) i miei timori a due tra le massime autorità
della linguistica italiana: i professori Gianluigi Beccaria e Luca
Serianni. Beccaria, «il professore di italiano che tutti avremmo voluto
avere», come dice Aldo Grasso, ha appena ripubblicato da Garzanti il
suo indispensabile Per difesa e per amore (La lingua italiana oggi).
Per quanto riguarda il burocratese il professore scuote la testa. La
battaglia contro l’antiligua, così chiamava il burocratese Italo
Calvino, è difficile da vincere. Il burocratese avanza. Conoscete
qualcosa di meno burocratico della cioccolata? Bene, anche lei è stata
colonizzata dall’antilingua. Il professore racconta di Gobino, il
negozio di cioccolatini («il migliore che ci sia») vicino a casa sua a
Torino: «Sembra di entrare in gioielleria, il negozio è di gran gusto,
e mentre sei lì che aspetti e ammiri, e ti pare di essere in un altro
mondo, vedi che, appiccicato al vetro del bancone, c’è scritto: “per
chi vuol conoscere l’ingredientistica”. Ingredientistica?». Il
professore è uscito di corsa dal negozio ma l’incubo non è finito.
Perché, girato l’angolo, si è imbattuto in un distributore di sacchetti
per “deiezioni canine”, poi in una “Scarpoteca”, quindi in una
“Frullateria” e infine in un bar che reclamizzava: “Si effettuano
panini”.
E la sindrome Occhial House come procede?
Qui il peggioramento è netto. Ormai tutto si pronuncia all’inglese. Il
catalogo, raccolto negli anni dal professore, è esilarante (e un po’
preoccupante). Troviamo steig per il francese stage, Thomas Men, per il
tedesco Thomas Mann (e Walter Bengiamin, per Walter Benjamin, Bitoven
per Beethoven), absaid per abside (di una chiesa), sain dai per sine
die. Tutto ascoltato in tramissioni radiotelevisive e, purtroppo, anche
in aule universitarie. Dice Beccaria: «Ogni manager o persona in
carriera usa anglismi a gogò perché altrimenti potrebbe essere tacciato
di scarsa professionalità. E anglismi snobistici e inutili si usano
spesso coi sottoposti, fanno più professional». Il professor Luca
Serianni sta lavorando con la società Dante Alighieri a un progetto
ambizioso: un museo della lingua italiana. C’è un’ipotesi di massima
che prevederebbe addirittura tre sedi (per le tre capitali che ha avuto
l’Italia: Torino, Firenze e Roma). Il museo sarebbe la naturale
conseguenza della grande mostra Dove il sì suona. Gli italiani e la
loro lingua allestita a Firenze nel 2003. Nell’occasione fu pubblicato
un librone-catalogo, La lingua nella storia d’Italia, a cura proprio di
Serianni. La tesi della mostra e del volume? Questa: «L’italiano del
Duemila è tuttora più simile a quello del Boccaccio (e cioè al dialetto
toscano trecentesco) che non a un pidgin italo-inglese». E se
l’italiano non è diventato un pidgin (cioè l’ibrido che nasce dalla
contaminazione tra lingua internazionale dominante, lingua nazionale e
dialetti locali), il merito della salvezza «è stato in qualche misura
di Nicolò Carosio e di Mike Bongiorno, di Orietta Berti e di Liala».
Calcio, tv, canzonette e romanzi rosa hanno reso possibile il passaggio
del testimone linguistico nazionale dalle mani di Dante (e di Boccaccio
e di Manzoni) alle nostre. Così è andata, senza falsi moralismi,
assicura Serianni. Ma ora così non va più. Il professore lancia un
allarme, oltre a quelli sul burocratese e sull’anglitaliano del collega
Beccaria, che riguarda l’impoverimento del lessico: «Aggettivi come
“faceto” o “inane” rischiano di essere ignoti a una parte
consistentemente alta di giovani».
MEGLIO I GIORNALISTI CHE GLI SCRITTORI
E
stavolta non ci salveranno più Carosio, Bongiorno, la Berti e Liala.
«No, questa volta il problema è diverso. Allora, parlo degli anni
Cinquanta e Sessanta, si trattava di conquistare un italiano di base,
un italiano minimamente condiviso di fronte all’uso diffusissimo e
spesso esclusivo del dialetto. Ora quell’italiano di base ce
l’abbiamo». Capisco, professore, adesso il problema è che
quell’italiano è un po’ anemico, carente lessicalmente. Ma in questi
casi il rimedio classico non è quello di leggersi un buon romanzo
nazionale? «Gli scrittori non sono più modelli linguistici. Ha presente
l’incipit di Come Dio comanda, il romanzo di Niccolò Ammaniti:
“Svegliati, svegliati, cazzo”. Gli scrittori non inseguono più un
modello letterario, cercano di aderire al parlato». E quindi non
abbiamo più modelli? «Secondo me i modelli ci sono ancora e io li
consiglio spesso agli stranieri che vogliono migliorare il loro
italiano». E cosa consiglia? «Di leggere i buoni giornalisti. Un fondo
di Alberto Ronchey è perfetto in questo senso». Grazie professore,
finalmente una buona notizia, finalmente una cosa in cui i giornalisti
non sono colpevoli ma addirittura additati a modello. Recupero
immediatamente in archivio un editoriale del professor Ronchey. È del
13 giugno 2008. «Prevedeva Leonardo Sciascia: “Andremo sempre più a
fondo senza mai toccare il fondo”.
Ma forse, ora, si è toccato il fondo.
Si può risalire? Per troppo tempo la politica italiana s’è dedicata a
schermaglie di schieramento fra partiti e a contese ideologiche,
trascurando i termini del generale dissesto. Tra i dati primari, oltre
il debito pubblico e l’arretratezza delle infrastrutture, sarebbero da
catalogare numerose questioni eluse finora, troppe. E chi se ne
lamentava non era l’opposizione, ma la famosa voce del deserto. Voce
che allora ha provato e oggi ancora prova stanchezza». Effettivamente
una gran bella prosa, quella del professor Ronchey. Ma proprio leggendo
questo suo editoriale mi torna in mente una vecchia convinzione. Non è
l’italiano, come lingua, che sta male, nonostante gli sportelli
impresenziati, i panini effettuati, i sain dai e gli Occhial House. A
stare male è l’italiano come popolo. Ma questo lo sapete benissimo. Io
avrei finito, dal punto di vista linguistico. I professori Beccaria e
Serianni mi hanno tranquillizzato. La salute dell’italiano è
accettabile. Ma in redazione sono invece apocalittici. Vogliono il
grido di dolore, l’SOS, il risvolto inedito, il titolo da sparare. Io
ci ho provato con la storia degli sms, delle mail, eccetera, che
avrebbero rivoluzionato la lingua italiana. Ma i professori
interpellati sono stati abbastanza pacifici sull’argomento. Hanno
parlato di tachigrafia (bn = buonanotte, 10x = thanks, xiodo =
periodo), ma non è una cosa grave. Insomma, nessuno scenario
apocalittico. Quindi nessun titolo da scandalo per l’inchiesta.
Nessun codice rosso è scattato per salvare la lingua italiana.
Avevo quasi rinunciato e stavo per arrendermi quando nella posta ho
trovato l’edizione 2009 della storica Smemoranda. Non è mai stata solo
un’agenda, questa premiata invenzione della ditta Gino e Michele &
Co. È stata, sin dall’inizio, un piccolo rapporto Censis sui riti, i
miti, i tic, i totem e i tabù delle nuovissime generazioni. Mi è
bastato sfogliarla per capire che la mia inchiesta era lì. Era nelle
vignette che ironizzano sul computerese, sul telefoninese, sull’smsese.
Sul lessico elettronico. Prendete la vignetta di Francesco Natali che
ha per protagonisti un figlio e una mamma. Figlio: «Mamma esco… Se mi
cerchi mandami un sms, oppure loggati con Skype… il mio nick è
parakul68, vado a postare un clip su Youtube… See you later!».
Riflessione sconsolata della mamma: «Una volta si diceva solo: Mamma
che palle!». Altra vignetta, questa volta di Migneco e Amio. Due
ragazzi. Lui dice a lei: «Ieri ti ho cercata su Google». Lei: «E invece
ero a casa di Gianna». Vignetta di Maramotti. Padre dà la buonanotte
alla figlioletta che ha appena messo a letto (lei ha il computer
poggiato sulle ginocchia): «Buonanotte… Se hai bisogno di un bicchier
d’acqua mi trovi su www.cameradeigenitori.it!». Ma l’allarme generale
lo lancia la Gialappa’s Band con una splendida (a suo modo geniale)
lettera aperta al popolo degli sms. Eccola: «Amc di Smmrnd, ma sprtt
amch d Smmrnd, the “msg 4 u” è: basta, non se ne può più! Ci avete
sfinito con i vostri messaggini (sms, mms, msn…) fatti solo di
consonanti: cmq per dire “comunque”, tt per dire “tutto” e xk per dire
“perché”. Anzi: ci avt prpr frntmt i cgln!!! Che fine farà la nostra
lingua? Non solo quella aulica di Dante e Manzoni, ma persino quella
più prosaica e vernacolare di Totti e Di Pietro? Dobbiamo rassegnarci a
tentare di decifrare comunicazioni più simili a codici fiscali che a
frasi di senso compiuto?! Ebbene no: riprendiamoci la lingua, e quindi
le vocali».
DALLA PARTE DELLE VOCALI
La
difesa e l’elogio delle vocali è il cuore politico (ma sì!) della
lettera aperta della Gialappa’s: «Perché le vocali (forse non ci avete
mai fatto caso) sono calde, prorompenti, esprimono gli stati d’animo:
sono le gioie e i dolori. Mentre le consonanti sono fredde, meccaniche,
e capaci solo di esprimere pensiero, astrazioni». Con foga da comizio
la Gialappa’s continua: «Le vocali sono tipiche dell’uomo (non è un
caso che la parola uomo contenga 3 vocali e una sola consonante);
mentre le consonanti sono tipiche del robot (3 consonanti e 2 vocali, e
non sarà un caso nemmeno questo)». L’elogio delle vocali diventa
l’elogio dei sentimenti: «Provate un po’ a pensare che suoni emettete,
istintivamente, quando provate dolore (“ahia!”, “ohiohi!”, etc.), e
quando vi divertite (“ahahahah!” e “wow!”, che si scrive così ma si
pronuncia “uau!”); quando ce l’avete con qualcuno (“aòh!” se siete
romani, “uhei!” se siete milanesi) e quando siete piacevolmente
sorpresi (“oeuh!”, oppure “ahàa!”); per non parlare, poi, dei suoni che
fate quando trombate (se all’acme del piacere emettete consonanti siete
dei veri pervertiti; oppure avete bisogno di un buon logopedista…)».
Negli anni Cinquanta e Sessanta l’italiano lo salvarono Carosio,
Bongiorno, la Berti e Liala. Ora l’italiano (almeno dagli sms) lo sta
salvando la Gialappa’s Band.
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